Rilanciamo la palla.

Il progetto “pallone equo” a tre anni dalla prima sperimentazione

di Benedetta Frare

Nel 1998, grazie all'impatto dei mondiali di calcio in Francia, il mondo occidentale si è accorto che lo strumento di gioco e di divertimento per eccellenza, il pallone appunto, era cucito da lavoratori bambini del Pakistan. Nella regione di Sialkot, da cui proviene l'80% dei palloni mondiali, il 25% dei cucitori coinvolti nella produzione (in tutto 160 mila persone) erano bambini. Un'industria che valeva e continua a valere cifre da capogiro (1800 miliardi di lire era la stima all'epoca) e che rilancia sul mercato mondiale 70 milioni di palloni ogni anno. Ottanta dollari a palla il prezzo a cui viene venduta; 7,5 dollari l’esborso finale il costo per l'azienda che la produce e la importa; mezzo dollaro la cifra a pallone cucito che finisce nelle tasche dei lavoratori di Silakot. E' comprensibile che in queste condizioni una famiglia non possa vivere e pertanto sia costretta a coinvolgere in questa attività anche i minori. Le conseguenze di questa piaga sono non solo sociali (i bambini cucitori mancano di formazione perché non possono frequentare la scuola) ma anche sanitarie: questa lavorazione provoca alla lunga artrosi nelle articolazioni delle dita, danni alla schiena, capogiri, strabismo.

A questa situazione hanno reagito le organizzazioni non governative e umanitarie che lavorano nella regione e TransFair Italia, marchio di garanzia di Commercio Equo e Solidale, allo scopo non solo di eliminare il lavoro minorile ma anche di incidere sulle sue cause: fra queste, la principale, i salari troppo bassi dei lavoratori adulti che inducono le famiglie a coinvolgere nel lavoro anche i propri figli; Ecco perché fin dall'inizio il tentativo di TransFair e delle organizzazioni partner del progetto è stato quello di cercare di aumentare il salario dei lavoratori adulti e inserire nel processo produttivo anche le donne, un passaggio molto delicato e importante per un paese integralista quale è il Pakistan.

E' iniziata così la storia del primo pallone equo, prodotto non solo senza lavoro minorile, ma soprattutto secondo i criteri del commercio equo e solidale: salari giusti per i lavoratori, un ambiente di lavoro sano, assistenza sanitaria e sociale, programmi integrativi di formazione, apertura al microcredito. Il primo ordinativo di palloni equi per l’Italia fu quello di Coop del 1998 che acquistò un container di 20 mila pezzi; seguì poi Ctm Altromercato; mentre il pallone prodotto a condizioni eque cercava di conquistare il mercato italiano, altre centrali di importazione europee e organismi aderivano al progetto: nei tre anni seguenti sono stati importati a condizioni eque 450 mila palloni che hanno liberato progetti e speranze  per la gente di Sialkot.

Un primo bilancio ricco di promesse per il futuro

Flessibilità, microcredito, riappropriazione della dignità perduta: il progetto pallone ha toccato 2000 famiglie di cucitori (considerando che un nucleo familiare pakistano è in media di 6 membri, sono state dodicimila le persone che hanno beneficiato del progetto). Grazie al lavoro per Talon, azienda produttrice scelta dalle organizzazioni coinvolte per il comportamento esemplare che aveva tenuto rispetto ai diritti dei lavoratori, e grazie al Fair trade premium (la percentuale di prezzo che viene riservata a progetti socialmente utili) si sono liberate molteplici risorse che hanno consentito di ricreare e ripensare l'economia della regione che, prima dell’arrivo dell'industria del pallone, aveva carattere prevalentemente rurale. I laboratori di cucitura, organizzati in maniera flessibile e a piccoli nuclei sul territorio in modo da favorire alle donne l'accesso al lavoro, hanno permesso di strutturare la produzione a cottimo, in modo che il l’attività artigianale si integrasse con quella tradizionale della coltivazione dei campi. La cucitura è diventata così un secondo lavoro da intensificare nei periodi di riposo dei terreni e da ridurre nei momenti in cui la semina e il raccolto occupano la maggior parte del tempo dei contadini di Sialkot. In questo modo è stata ridotta la dipendenza delle famiglie dal lavoro di cucitura in favore di altre attività comunque produttrici di reddito. Il denaro è stato investito in piccoli negozi (farmacia di villaggio, negozio di frutta e verdura, piccoli alimentari); nel miglioramento dell'attrezzatura per il lavoro nei campi e in carretti per il trasporto di merci e persone. E questo ha reso le famiglie indipendenti anche dalle fluttuazioni del mercato occidentale dei palloni, particolarmente disponibile durante i periodi caldi come i mondiali, e invece poco accogliente negli altri anni. L'erogazione di piccoli crediti ha toccato finora 276 famiglie per un totale di circa 360 milioni di lire. Il ricavato dal Fair Trade premium è servito anche per sostenere l’assistenza sanitaria ai lavoratori attraverso una convenzione con i tre ospedali locali, per un valore totale di 130 milioni di lire di piccole e grandi prestazioni erogate nello scorso anno. I bambini di Sllakot, anche grazie a donazioni e a programmi di sostegno a distanza, hanno beneficiato di quaderni e materiale didattico per i due centri di formazione di base creati allo scopo di favorire la prima alfabetizzazione.

Il progetto punta a un rilancio delle vendite in Italia, in Europa e nel Nordamerica per poter consolidare e ampliare i risultati raggiunti. E questo perché il lavoro pagato “a prezzo giusto” sia veramente un’alternativa ai metodi di produzione attualmente in uso da parte delle multinazionali e questo sistema possa essere esteso anche ad altri settori affini (abbigliamento e industria ad alto contenuto di lavoro).

Per informazioni sul progetto Pallone equo:

TransFair Italia
Tel. 049.8750823
transfai@intercity.it
www.equo.it