La dr.ssa SONIA BARBARA ROSBERTI, psicologa, esperta in psicologia dello sport, ci parla dello stress da calcio. Leggete con attenzione perchè a giudicare dai messaggi  che ci arrivano (e dallo stress da posta elettronica che ci fate venire) riteniamo che questo articolo possa esservi davvero molto utile.

CALCIO: CHE STRESS!

di Sonia Barbara Rosberti

“Dopotutto è solo un gioco!” Quante volte l’abbiamo sentito dichiarare dagli “addetti ai lavori”? Ma, in realtà, questo irrinunciabile giuoco del calcio, soprattutto se praticato a certi livelli, porta con sé molti degli aspetti tipici di un qualsiasi lavoro… in primis LO STRESS.

L'attenzione è una funzione cognitiva preposta alla selezione e al mantenimento di stimoli rilevanti per l'individuo e si orienta su fasi separate del processo di esecuzione di un'azione. Nelle discipline a prevalente determinazione tattica, come nel caso del calcio, le atlete devono agire più abilità nello stesso istante con un possibile affaticamento mentale che, se intenso e prolungato, causa stress. Con tale termine si definisce una percezione dell'interazione delle richieste ambientali e interne superiori alle proprie capacità e risorse (pensieri del tipo: "Non ce la posso fare!").
Lo stress può essere correlato con alcune caratteristiche individuali dell'atleta quali: un'elevata ansia di tratto competitivo, una bassa autostima e una scarsa motivazione intrinseca. Se troppo intenso e prolungato provoca nell'atleta burnout, ovvero una saturazione e una perdita di entusiasmo e di interesse nei confronti dello sport praticato. Un vissuto di questo genere rappresenta in molti casi la principale causa di drop-out (abbandono della pratica sportiva).

Allo scopo di prevenire fatica mentale e stress nel calcio è bene considerare le caratteristiche psicologiche della disciplina e conoscere quali possono essere i fattori determinanti specifici.
Come già accennato in un precedente articolo il calcio è una disciplina:

  • Aciclica, dove l'unica ripetizione è l'alternanza di schemi tattici.
  • Open skill, ovvero le azioni dell'atleta sono in funzione delle azioni delle compagne e di quelle delle giocatrici della squadra avversaria.
  • Con Stile attentivo fluttuante, per cui a secondo delle azioni l'attenzione può essere rivolta alla partita, ad esempio per gestire un risultato (focus attentivo prevalentemente ampio-esterno), oppure ai propri gesti, movimenti e sensazioni, come nel calcio di rigore o nel controllo di un passaggio (focus interno-ristretto).
  • Di Squadre interagenti, dove la prestazione dipende dall'interazione tra le strategie coordinate di gioco della singola, delle compagne di squadra e quelle delle avversarie.
  • I fattori di stress e fatica mentale nel calcio si possono classificare prevalentemente in: 1) individuali, 2) di squadra, 3) derivanti dall'allenamento e 4) dalla partita.

    Per quanto riguarda quelli individuali sicuramente hanno molta importanza il sesso dell'atleta (il calcio è ancora considerato uno sport maschile per eccellenza), il livello tecnico raggiunto, che comporta un differente grado di responsabilità e di richieste esterne, il ruolo (da intendere in triplice modo: ruolo in campo, giocatore di ruolo e ruolo nel gruppo squadra) e in fine il tipo di supporto sociale che può derivare dalla famiglia, dagli amici o dallo staff.
    Specificatamente nel calcio femminile esistono, a livello individuale, ulteriori fonti di stress che si possono collegare in modo particolare alla ristrutturazione dell'immagine corporea (coscienza di sé) dell'atleta e ai rinforzi socio-culturali e secondari che generalmente si associano a questa disciplina.
    In pratica la giocatrice adolescente perde una stabile percezione corporea, tipica dell'infanzia, con un conseguente senso di insicurezza associato a un impatto psicologico determinato da un maggior sviluppo muscolare degli arti inferiori. Inevitabilmente tali cambiamenti sono evidenziati da un confronto con le coetanee “non sportive” e con l'immagine sociale del corpo, fortemente legata a canoni di femminilità, estetica, dimensione e funzionalità.
    Inoltre condizionamenti socio-culturali portano spesso a pregiudizi circa il binomio tra identità femminile e sport agonistico in generale. La donna che pratica ed eccelle in una disciplina sportiva viene considerata poco femminile se non mascolina.
    I fattori di stress di squadra sono da riferirsi principalmente alla continua richiesta di variazione dell'attenzione in direzione (es. nel caso di un passaggio a un compagno) e in intensità (es. situazione di attacco o difesa). Inoltre, se si considera che la prestazione aumenta quando gli obiettivi sono moderatamente difficili, diventa importante il senso di autoefficacia e fiducia in sé stessa dell'atleta, il tipo di sfida che si deve affrontare e l'abilità (es. un confronto con una squadra nettamente inferiore può rappresentare un obiettivo troppo e poco incentivante).
    Risultano essere correlati allo stress anche il tipo di clima organizzativo della società (es. comunicazione e organizzazione tra i membri dello staff e la dirigenza) e le pressioni che arrivano dall'esterno (sponsor, mass media , tifosi e altro).
    Esistono poi dei fattori stressanti molto pratici legati a particolari condizioni di allenamento e partita. Basti citare problemi strettamente connessi alla logistica quali: un cattivo campo di allenamento, scarsa illuminazione, lunghe trasferte, attrezzatura inadatta o insufficiente, condizioni climatiche sfavorevoli e carichi di lavoro differenziati (es. allenamento aerobico e anaerobico).
    L'obiettivo della partita, sia essa una finale di coppa Italia, la lotta per la salvezza, la qualificazione, porta le giocatrici ad attivare le proprie risorse emotivo-cognitive, sia nelle fasi di gioco che nelle rimesse e negli eventuali calci di rigore.

    La sintomatologia più ricorrente nelle giocatrici affette da affaticamento mentale e stress si può sintetizzare come interessante i seguenti ambiti:

  • Disagio psicofisico (es. ansia, abbassamento dell'autostima, demotivazione, affaticamento, tensione muscolare, tendenza all'infortunio frequente durante l'allenamento e in partita).
  • Disturbi comportamentali (es. alterazione del ciclo sonno-veglia, isolamento dal gruppo-squadra, uso di sostanze dopanti)
  • Scadimento della prestazione (es. difficoltà di concentrazione, scarsa elasticità attentiva, difficoltà nell'apprendere e nell'eseguire gli schemi di gioco).
  • In antitesi a questo aspetto, e quindi in un’ottica preventiva rispetto a stress e fatica mentale (attraverso l'impostazione di corretti carichi di lavoro), ben si inserisce il concetto di flow che, nell'ambito sportivo, è da intendersi come il momento in cui l'atleta è coinvolta a tal punto nel gesto agonistico da escludere dalla mente qualsiasi altra cosa.
    E' uno stato soggettivo molto positivo e gratificante reso possibile dalla completa fusione tra azione e coscienza in una situazione di completo investimento delle risorse attentive sull'attività in atto. L'equilibrio tra le richieste della situazione-partita e le capacità personali percepite dalla giocatrice favoriscono l'insorgenza di questo stato.
    Inoltre è importante sottolineare che alcuni elementi cognitivo-emotivi risultano costanti e basilari riguardo la manifestazione dello stato di flow e che l'esperienza ottimale (flow) risulta essere condizione predisponente per il raggiungimento della peak performance (prestazione eccellente).

    SONIA BARBARA ROSBERTI
    Psicologa, esperta in Psicologia dello sport
    LAUREATA ALL’UNIVERSITA’ DI PADOVA, MASTER IN “PSICOLOGIA DELLO SPORT”, DOCENTE DI PSICOLOGIA DELLO SPORT COLLABORA INOLTRE CON L’ASSOCIAZIONE ASSIST. PARTECIPANTE A CONVEGNI DEL SETTORE, SCRIVE PER SITI E RIVISTE SPORTIVE SPECIALIZZATE. CURA LA PREPARAZIONE MENTALE DI ATLETI DI SPORT INDIVIDUALI E DI SQUADRA.SI OCCUPA ALTRESI’ DI SELEZIONE E FORMAZIONE DEL PERSONALE.
    Per informazioni, consulenze e analisi d’intervento 
    contattare: rosberti@yahoo.it 
    o lasciare un messaggio al n°347 0168901