ALLENIAMOCI A COMUNICARE

di Sonia Barbara Rosberti

Sono più importanti l’allenatore o i giocatori? Questo domanda non è nuova per addetti ai lavori, tifosi e sportivi… Indubbiamente il ruolo del mister è fondamentale anche quando ci si può permettere di schierare e orchestrare un “Pallone d’oro”, un “Fenomeno” o il “Capo cannoniere” ma…
Che 11 campioni non costituiscano un team vincente ormai non è più un segreto (inoltre e già stato trattato su queste pagine) e gli eventi parlano chiaro.
Il fatto è che allenare significa COMUNICARE e questa capacità ha ben poco a che vedere con le competenze tecniche, atletiche o tattiche del trainer. Nel calcio, come in altri sport, è frequente imbattersi in bravi coach che non sono stati ottimi giocatori e in stelle del campo che non saranno mai degli allenatori vincenti.
Comunicare non è semplice soprattutto quando l’interlocutore è costituito da un gruppo di atleti con differenti personalità, abilità, bisogni, caratteristiche e motivazioni. La maggior parte dei trainer, pur se positivamente orientati a svolgere la propria attività, manifestano limiti dovuti alla mancanza di informazione e consapevolezza riguardanti i propri comportamenti e le modalità che consentono di entrare in relazione e di avere feeling, soprattutto con i giovani.
In primo luogo l’allenatore è un INSEGNANTE che, attraverso un linguaggio semplice e chiaro, comunica efficacemente con i propri giocatori, con lo staff medico e tecnico (sempre critico in modo costruttivo nei suo confronti) e con la società.
Ad esempio una dimostrazione pratica, che tenga conto delle diverse modalità e velocità di apprendimento dopo ogni insegnamento o correzione, è auspicabile e può fornire l’immagine di un leader credibile e convincente. Soprattutto i giovani frequentemente desiderano imparare e migliorare le loro competenze sportive ma ciò deve avvenire in un ambiente regolato da norme precise. Il contesto in cui operano deve sostenerli psicologicamente e non essere punitivo. Inoltre l’incoraggiamento del coach può servire maggiormente agli atleti con bassi livelli di autostima (self efficacy) e con maggiore bisogno psichico di autorealizzarsi.
Fondere, senza sacrificare, le motivazioni e gli interessi di ognuno allo scopo di creare un obiettivo comune di squadra è certamente un altro passo di fondamentale importanza.
Spetta al mister riuscire a trasmettere in modo diretto e privo di possibili fraintendimenti le proprie conoscenze e intenzioni aiutandosi anche con espressioni non - verbali quali la ricerca dello sguardo, l’espressione facciale, la postura, il tono della voce, la gestualità, etc.
Un altro punto focale è pianificare la stagione attraverso un goal-setting dettagliato (obiettivi a breve, a medio e a lungo termine) che valorizzi e incrementi le abilità tecniche, atletiche e psicologiche del singolo calciatore e della squadra e che non faccia nascere l’idea che tutto sia lasciato al caso, fornendo anzi alle persone coinvolte la convinzione di far parte di una società organizzata e volitiva.
Allo stesso scopo è necessario che siano favoriti l’inserimento e l’intervento di alcune figure professionali con competenze specifiche che concorrano, in modo diverso a seconda della propria competenza, all’ottimizzazione della prestazione (il preparatore atletico, lo psicologo dello sport, il dietologo, etc.)
E non dimentichiamo lo stile di comportamento (stile decisionale) che il mister decide, più o meno consapevolmente, di adottare (autocratico, consultivo oppure democratico) che può rinforzare la sua figura oppure minarne la credibilità.
A questo proposito giocatori e allenatori sembrano oggi convinti della preferibilità dello stile autocratico in cui il leader decide da solo. E questo soprattutto quando le decisioni da prendere sono complesse o devono produrre effetti qualitativamente rilevanti (Chelladurai, Haggerty, Baxter, 1989).
Quanto sopra scritto non pretende di essere un “vademecum del perfetto allenatore” ma fornire una serie di spunti per meglio comprendere che, al fine di ottimizzare la prestazione sportiva, ogni giocatore appartenente al gruppo – squadra è prima di tutto un individuo BIO-PSICO-SOCIALE che necessita di un approccio multidisciplinare, diversificato e personalizzato innanzitutto da parte dell’allenatore.

SONIA BARBARA ROSBERTI
Psicologa, esperta in Psicologia dello sport
LAUREATA ALL’UNIVERSITA’ DI PADOVA, MASTER IN “PSICOLOGIA DELLO SPORT”, DOCENTE DI PSICOLOGIA DELLO SPORT COLLABORA INOLTRE CON L’ASSOCIAZIONE ASSIST. PARTECIPANTE A CONVEGNI DEL SETTORE, SCRIVE PER SITI E RIVISTE SPORTIVE SPECIALIZZATE. CURA LA PREPARAZIONE MENTALE DI ATLETI DI SPORT INDIVIDUALI E DI SQUADRA.SI OCCUPA ALTRESI’ DI SELEZIONE E FORMAZIONE DEL PERSONALE.
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